L'AMORE OMOSESSUALE SEONDO IL PASTORE ALESSANDRO ESPOSITO DELLA CHIESA VALDESE DI TRAPANI
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Lei ama lei
Una sera come tante in un pub, parole dette sottovoce nell’incessante brusio di sottofondo. Tra una chiacchiera e l’altra, qualcuno sussurra, con un tono ancora più basso, quasi a voler sfidare l’attenzione e le capacità uditive dei propri interlocutori: “sapete che a Marsala qualche giorno fa si sono sposate due donne?”. Attimo di silenzio, poi tantissima curiosità, centinaia di domande frullano tutte insieme nella testa. Ma non era vietato? Due donne? In Sicilia? In una Chiesa? Ma soprattutto, come mai la notizia non si è saputa in giro? “No, le due donne hanno chiesto a tutti di mantenere il massimo riserbo – taglia corto l’unico del gruppo al corrente dei fatti – e così è stato”. Va bene, le novelle spose hanno voluto proteggere la privacy del giorno più importante della loro vita. Giusto e legittimo. È così che ci mettiamo alla ricerca del ministro di Dio che ha celebrato le nozze. E la ricerca conduce ad Alessandro Esposito, pastore della comunità Valdese di Trapani e Marsala. Anche a lui è stato chiesto di mantenere il riserbo sull’episodio. Allora proviamo a capire cosa è scattato nel cuore dell’uomo, e del pastore d’anime, per portarlo a celebrare una funzione così atipica. Ci va cauto con le parole, non parla di “matrimonio”. Lui ha incontrato due donne che si amavano. E ha benedetto la loro unione. La fa meravigliosamente facile, Alessandro Esposito. Lo senti parlare d’amore con lo stesso affetto e la stessa soddisfazione con cui un bambino costruisce per la prima volta un puzzle. Tassellino dopo tassellino.
Pastore Esposito, qual è la sua definizione di amore?
“Beh, incominciamo con una domanda piuttosto impegnativa. Se dovessi abbozzare una risposta proverei a ribaltare l’interrogativo. Ovverosia: credo che ciò che di più improprio si possa fare nei confronti dell’amore sia confinarlo nell’angusto perimetro di una definizione. L’amore, difatti, è per antonomasia traboccante, eccedente, ulteriore: ecco perché nei vangeli Amore è l’unico nome attribuibile a Dio, il quale, non a caso, si sottrae ad ogni identificazione, fuorché, per l’appunto, a quella che lo designa come Amore”.
Dove sta il confine tra amore giusto e amore sbagliato?
“L’amore è amore e, come tale, non conosce barriere: a tracciare confini non è lui, siamo noi. Per lo stesso motivo, aggiungo, a sbagliare siamo noi e non lui: e sbagliamo proprio nel momento in cui pretendiamo di imporgli dei limiti che, come tali, sono nostri e non suoi. In sostanza, credo che siamo più noi a creare problemi all’amore che non viceversa”.
Qualcuno la definisce una malattia, qualcun altro un peccato, altri ancora una tendenza che va di moda in questo secolo. Cos’è, secondo lei, l’omosessualità?
“Per procedere nella direzione che stiamo cercando, insieme, di delineare, risponderei che l’omosessualità è uno dei molteplici volti dell’amore: come tale, possiede pari diritti e pari dignità rispetto a tutti gli altri. Dire che sia malattia è frutto dell’ignoranza. Affermare che si tratti di peccato è conseguenza di un fondamentalismo ottuso. In ambo i casi si tratta di una mancanza di sensibilità che mi avvilisce e mi indigna. Certo dovrebbe far riflettere il fatto che ambedue queste definizioni continuino ad attecchire in seno a svariati contesti ecclesiastici. Credo che sia giunto il momento di dire, senza ambiguità e tentennamenti, che a dover compiere un cammino di conversione non sono certo le persone omosessuali, quanto, piuttosto, le chiese. Credo sia tempo di riparare, non con futili esternazioni, ma con gesti concreti e pronunciamenti chiari, all’ingiustizia messa in atto attraverso secoli di pregiudizi ingiustificati e di condanne inescusabili. Sperando che queste sorelle e questi fratelli vogliano accordarci quel perdono che abbiamo il dovere, umano prima ancora che morale, di chiedere loro”.
”Maschio e femmina li creò” e a quello si appella la Chiesa Cattolica, contro le unioni omosessuali. Ma l’amore non dovrebbe stare al di sopra di tutto?
“Difatti è così. Spesso però mi è capitato di constatare che lo spirito del Vangelo venga colto assai più in profondità da quante e quanti non si riconoscono in una struttura ecclesiastica: a molte e molti di costoro sono debitore per il mio cammino di uomo e di discepolo. In fondo, il Vangelo, consiste in un percorso di umanizzazione: perché umani non si è, umani si diventa. La pratica quotidiana del Vangelo dovrebbe semplicemente insegnarci ad essere ciò che diciamo di essere e che, in relatà, non siamo: umani. E chi riconosce che l’amore sta al di sopra di tutto, del Vangelo ha già compreso l’essenziale”.
Sesso e religione: è giusto che questi due universi, estremamente intimi e privati, s’incontrino?
“Certamente: direi che si tratta di un incontro auspicabile, per quanto mi sembri, in generale, piuttosto di là da venire. Inutile dire che, perché possa aver luogo un incontro proficuo tra queste due dimensioni del vivere, gli impedimenti maggiori provengono dall’ambito religioso. La sessualità appartiene alla sfera intima e, come tale, inviolabile, dell’individuo: la religione, pertanto, se vuole porsi al servizio delle donne e degli uomini, dovrebbe limitarsi a riconoscerla e a rispettarla, senza emettere sentenze. Sessualità è relazione (va da sé, tra persone adulte): pertanto, si tratta di una dimensione che va educata, non certo elusa e men che meno demonizzata. E il cammino che molte chiese, in tal senso, devono percorrere, mi sembra ancora lungo”.
Quello tra le due donne è stato il primo matrimonio gay che ha celebrato?
“Si, ma qui è necessario operare alcuni distinguo: a incominciare dal fatto che quella che abbiamo celebrato presso la chiesa valdese di Trapani e Marsala è propriamente una benedizione, nel senso che non ha alcun effetto civile. Questo perché lo Stato italiano, al momento, non riconosce alcun diritto alle coppie di fatto, omosessuali come eterosessuali. Ritengo essenziale, però, sottolineare che tale celebrazione è stata resa possibile da molteplici fattori: vorrei citarne soltanto tre. Il primo è rappresentato dalla disponibilità delle comunità valdesi di Trapani e Marsala, di cui ho il privilegio di essere pastore, le quali hanno dimostrato estrema apertura e sensibilità, sfidando convenzioni e consuetudini. Il secondo consiste nell’estrema maturità teologica, etica ed ecclesiologica dimostrata dalla Chiesa Valedese nel suo insieme, poiché si tratta di una realtà in cui il confronto ed il dibattito sono sempre consentiti e tutelati. Il terzo fattore, infine, lo individuo nel mio percorso biografico, che ha potuto giovarsi del sostegno delle comunità di base, appartenenti al cattolicesimo cosiddetto “del dissenso”. In particolare, sono debitore dello sviluppo di una maggiore sensibilità circa la realtà delle coppie omosessuali e dei loro diritti alla comunità di base di Pinerolo ed al suo presbitero e animatore, Franco Barbero”.
Come ha reagito la società marsalese al matrimonio tra le due donne?
“Beh, staremo a vedere: per quanto ne so, glielo stiamo comunicando con questa intervista”.
di Miriam Di Peri - Live Sicilia
http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/archivio-articoli/447-lei-ama-lei.html
ARTICOLI E NOTIZIE RIGUARDO L'APOSTASIA CHE STA ENTRANDO IN TUTTE LE CHIESE CRISTIANE
mercoledì 9 giugno 2010
LA BENEDIZIONE ALLE COPPE OMOSESSUALI SECONDO LA CHIESA VALDESE DI TRAPANI
LA BENEDIZIONE ALLE COPPE OMOSESSUALI SECONDO LA CHIESA VALDESE DI TRAPANI
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Dio vuole l’amore, non lo giudica
In data 7 aprile 2010, presso i locali di culto della chiesa valdese di Trapani e Marsala, ha avuto luogo la prima celebrazione di una benedizione omosessuale in una chiesa protestante italiana: ne diamo notizia soltanto adesso poiché abbiamo inteso rispettare la riservatezza richiestaci in merito dalla coppia nonché dalla sua chiesa di appartenenza, che hanno congiuntamente ritenuto di voler prima discutere della questione nell’ambito del proprio Sinodo. Auspicando che anche il Sinodo delle chiese valdesi e metodiste decida di dibattere più approfonditamente la questione relativa alla benedizione di coppie omosessuali, fornendo in tal modo alle chiese un orientamento più esplicito al riguardo, intendiamo chiarire quali siano state le motivazioni che ci hanno animate ed animati a svolgere tale celebrazione.In seno al Consiglio di chiesa è emerso, anzitutto, un consenso unanime circa il fatto che essere stati chiamati a riconoscere piena legittimità in ambito ecclesiale alla convivenza e all’amore tra due persone dello stesso sesso abbia rappresentato una benedizione di Dio. Affermiamo questo nell’assoluta convinzione del fatto che le parole e la prassi di Gesù, così come esse ci sono testimoniate nei vangeli, non possono che chiamarci all’accoglienza di ogni esperienza e di ogni scelta che si rivelino improntate all’amore: nell’ambito di questa prospettiva, la distinzione tra eterosessualità ed omosessualità ci appare del tutto marginale ed ininfluente. Suffraghiamo inoltre questo nostro fermo convincimento con quanto espresso all’interno del documento elaborato dal Gruppo di lavoro sull’omosessualità (Glom): gruppo che, come è chiarito nel preambolo, è stato «nominato (...) dalla Tavola valdese (...) e dal Comitato esecutivo Ucebi (...) il 18 novembre 2000». Nel suddetto documento, si può leggere che: «La situazione delle nostre chiese è (...) “a metà del guado”, e perciò piuttosto problematica e rischiosa, a motivo della sua indefinitezza,determinata non solo dalla nostra struttura ecclesiale, ma anche dal permanere, al nostro interno, sia di diffidenze moralistiche verso l’omosessualità, sia di timori circa i rischi di divisioni e di scissioni che si corrono (...)».
Coscienti del fatto che la situazione descritta si rivela ancora attuale, ribadiamo la nostra ferma convinzione circa la necessità di celebrare tali benedizioni, onde evitare che l’accoglienza che le nostre chiese hanno a più riprese dichiarata nei confronti delle persone e delle coppie omosessuali si riveli puramente formale. A tale riguardo riteniamo che l’impegno che ci coinvolge tutte e tutti sotto il profilo strettamente ecclesiastico debba consistere nella celebrazione di benedizioni gay e lesbiche, poiché per tutto ciò che attiene al riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali in ambito civile ogni rivendicazione, per quanto giusta e doverosa, ci coinvolge come cittadine e cittadini e non direttamente come chiese.
Sperando di poter finalmente dare concretezza alle parole conclusive del documento, il cui spirito ed il cui contenuto, ribadendoli, intendiamo far nostri: «Le coppie omosessuali, così come quelle eterosessuali, desiderano condividere la loro vita con la persona amata, a tutti i livelli: da quello spirituale a quello materiale, da quello affettivo a quello erotico-sessuale. Il desiderio di essere riconosciuti come coppia a livello ecclesiale e sociale, oltre a manifestare una volontà di continuità nel progetto di vita, produce l’espansione dell’amore nel mondo».
Il Consiglio di Chiesa di Trapani e Marsala
pubblicato su 'Riforma' del 4 giugno 2010
http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/archivio-articoli/473-dio-vuole-lamore-non-lo-giudica.html
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Dio vuole l’amore, non lo giudica
In data 7 aprile 2010, presso i locali di culto della chiesa valdese di Trapani e Marsala, ha avuto luogo la prima celebrazione di una benedizione omosessuale in una chiesa protestante italiana: ne diamo notizia soltanto adesso poiché abbiamo inteso rispettare la riservatezza richiestaci in merito dalla coppia nonché dalla sua chiesa di appartenenza, che hanno congiuntamente ritenuto di voler prima discutere della questione nell’ambito del proprio Sinodo. Auspicando che anche il Sinodo delle chiese valdesi e metodiste decida di dibattere più approfonditamente la questione relativa alla benedizione di coppie omosessuali, fornendo in tal modo alle chiese un orientamento più esplicito al riguardo, intendiamo chiarire quali siano state le motivazioni che ci hanno animate ed animati a svolgere tale celebrazione.In seno al Consiglio di chiesa è emerso, anzitutto, un consenso unanime circa il fatto che essere stati chiamati a riconoscere piena legittimità in ambito ecclesiale alla convivenza e all’amore tra due persone dello stesso sesso abbia rappresentato una benedizione di Dio. Affermiamo questo nell’assoluta convinzione del fatto che le parole e la prassi di Gesù, così come esse ci sono testimoniate nei vangeli, non possono che chiamarci all’accoglienza di ogni esperienza e di ogni scelta che si rivelino improntate all’amore: nell’ambito di questa prospettiva, la distinzione tra eterosessualità ed omosessualità ci appare del tutto marginale ed ininfluente. Suffraghiamo inoltre questo nostro fermo convincimento con quanto espresso all’interno del documento elaborato dal Gruppo di lavoro sull’omosessualità (Glom): gruppo che, come è chiarito nel preambolo, è stato «nominato (...) dalla Tavola valdese (...) e dal Comitato esecutivo Ucebi (...) il 18 novembre 2000». Nel suddetto documento, si può leggere che: «La situazione delle nostre chiese è (...) “a metà del guado”, e perciò piuttosto problematica e rischiosa, a motivo della sua indefinitezza,determinata non solo dalla nostra struttura ecclesiale, ma anche dal permanere, al nostro interno, sia di diffidenze moralistiche verso l’omosessualità, sia di timori circa i rischi di divisioni e di scissioni che si corrono (...)».
Coscienti del fatto che la situazione descritta si rivela ancora attuale, ribadiamo la nostra ferma convinzione circa la necessità di celebrare tali benedizioni, onde evitare che l’accoglienza che le nostre chiese hanno a più riprese dichiarata nei confronti delle persone e delle coppie omosessuali si riveli puramente formale. A tale riguardo riteniamo che l’impegno che ci coinvolge tutte e tutti sotto il profilo strettamente ecclesiastico debba consistere nella celebrazione di benedizioni gay e lesbiche, poiché per tutto ciò che attiene al riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali in ambito civile ogni rivendicazione, per quanto giusta e doverosa, ci coinvolge come cittadine e cittadini e non direttamente come chiese.
Sperando di poter finalmente dare concretezza alle parole conclusive del documento, il cui spirito ed il cui contenuto, ribadendoli, intendiamo far nostri: «Le coppie omosessuali, così come quelle eterosessuali, desiderano condividere la loro vita con la persona amata, a tutti i livelli: da quello spirituale a quello materiale, da quello affettivo a quello erotico-sessuale. Il desiderio di essere riconosciuti come coppia a livello ecclesiale e sociale, oltre a manifestare una volontà di continuità nel progetto di vita, produce l’espansione dell’amore nel mondo».
Il Consiglio di Chiesa di Trapani e Marsala
pubblicato su 'Riforma' del 4 giugno 2010
http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/archivio-articoli/473-dio-vuole-lamore-non-lo-giudica.html
Nozze gay nella chiesa valdese di Trapani
Nozze gay nella chiesa valdese di Trapani
Trapani, 08-06-2010
Nozze gay a Trapani. Sono state celebrate nel tempio valdese tra due tedesche. Il rito che ha unito le donne delle chiese luterana e mennonita, è stato celebrato dal pastore Alessandro Esposito. Le spose erano arrivate a bordo di pullman carichi di circa duecento parenti e amici. Il patto nuziale, già validato in Germania con la stipula di una unione civile, è stato benedetto gioiosamente dalla comunità trapanese, tra formule e inni pronunciati in italiano e in tedesco.
E' la prima volta che in Italia un pastore protestante benedice un matrimonio omosessuale. La "Tavola valdese", ha detto Esposito, "il nostro esecutivo" ha autorizzato l'unione.
"Certamente - dice il pastore valdese di Trapani e Marsala, intervistato da Repubblica - questa ha un valore sotto il profilo ecclesiastico e ritengo civico, ma non possiede effetti civili. Ma anche sotto l'aspetto simbolico credo che la scelta operata dalla nostra comunità sia eloquente e vada senza dubbio nella direzione del pieno riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali che auspichiamo e chiediamo". Esposito chiede a questo punto un pronunciamento ufficiale anche da parte delle chiese battiste e metodiste: "Esistono dei punti fondamentali che concernono il riconoscimento dei diritti umani, tra cui rientra a pieno titolo la differenza di orientamento sessuale e affettivo, rispetto ai quali una spaccatura può e deve essere provocata, con buona pace di quanti questi diritti non intendono riconoscerli".
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=141740
Trapani, 08-06-2010
Nozze gay a Trapani. Sono state celebrate nel tempio valdese tra due tedesche. Il rito che ha unito le donne delle chiese luterana e mennonita, è stato celebrato dal pastore Alessandro Esposito. Le spose erano arrivate a bordo di pullman carichi di circa duecento parenti e amici. Il patto nuziale, già validato in Germania con la stipula di una unione civile, è stato benedetto gioiosamente dalla comunità trapanese, tra formule e inni pronunciati in italiano e in tedesco.
E' la prima volta che in Italia un pastore protestante benedice un matrimonio omosessuale. La "Tavola valdese", ha detto Esposito, "il nostro esecutivo" ha autorizzato l'unione.
"Certamente - dice il pastore valdese di Trapani e Marsala, intervistato da Repubblica - questa ha un valore sotto il profilo ecclesiastico e ritengo civico, ma non possiede effetti civili. Ma anche sotto l'aspetto simbolico credo che la scelta operata dalla nostra comunità sia eloquente e vada senza dubbio nella direzione del pieno riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali che auspichiamo e chiediamo". Esposito chiede a questo punto un pronunciamento ufficiale anche da parte delle chiese battiste e metodiste: "Esistono dei punti fondamentali che concernono il riconoscimento dei diritti umani, tra cui rientra a pieno titolo la differenza di orientamento sessuale e affettivo, rispetto ai quali una spaccatura può e deve essere provocata, con buona pace di quanti questi diritti non intendono riconoscerli".
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=141740
domenica 6 giugno 2010
Ricatta prete con film hard:fermato
Ricatta prete con film hard:fermato
4/6/2010
Bologna, pagati 2mila euro a un romeno
Un 18enne romeno è stato arrestato dalla polizia di Bologna con l'accusa di estorsione ai danni di un prete 69enne. Quest'ultimo è stato ricattato dal giovane e da un paio di familiari: con la minaccia di rendere pubblico un filmato porno, il prete ha versato 2mila euro. Quando è arrivata una nuova richiesta di soldi ha deciso di denunciare. Il sacerdote non è stato indagato per abusi in quanto il filmato ritraeva atti sessuali consenzienti.
A metà febbraio il religioso si è rivolto alla polizia e, dopo alcuni mesi di indagini, intercettazioni telefoniche e il sequestro del filmato, per il ragazzo è arrivato un provvedimento di custodia cautelare del Tribunale per i Minorenni di Bologna, chiesto dal pm Eufemia Milelli.
Il giovane, che all'epoca dei fatti aveva 17 anni, è accusato di estorsione e tentata estorsione. Ora sarà collocato in una comunità di accoglienza. Per gli stessi reati sono indagati dalla Procura ordinaria anche il padre e la convivente dell'uomo che, secondo le indagini della squadra Mobile, avrebbero partecipato all'attività estorsiva. I fatti, secondo la ricostruzione della polizia, sono avvenuti in una chiesa del centro di Bologna, dove si svolgono attività assistenziali rivolte a minori, immigrati e famiglie in difficoltà. In questo contesto il religioso avrebbe conosciuto il romeno.
Dopo settimane di minacce di denunciarlo e di fargli del male, e accuse di avere "rovinato per sempre" il ragazzo, il prete avrebbe consegnato 2mila euro alla famiglia di romeni. Quando si è sentito chiedere altri soldi (500 euro) ha deciso di andare in questura a raccontare tutto. Le richieste estorsive, intercettate dalla polizia, sono proseguite fino a marzo.
Nei giorni scorsi la polizia, in una perquisizione, ha sequestrato il filmato girato dal giovane con il telefonino, e che sarebbe stato utilizzato per ricattare il religioso. A quanto si è appreso, l'indagine avrebbe chiarito che non si è trattato di abusi, ma di atti sessuali consensuali.
http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo483277.shtml
4/6/2010
Bologna, pagati 2mila euro a un romeno
Un 18enne romeno è stato arrestato dalla polizia di Bologna con l'accusa di estorsione ai danni di un prete 69enne. Quest'ultimo è stato ricattato dal giovane e da un paio di familiari: con la minaccia di rendere pubblico un filmato porno, il prete ha versato 2mila euro. Quando è arrivata una nuova richiesta di soldi ha deciso di denunciare. Il sacerdote non è stato indagato per abusi in quanto il filmato ritraeva atti sessuali consenzienti.
A metà febbraio il religioso si è rivolto alla polizia e, dopo alcuni mesi di indagini, intercettazioni telefoniche e il sequestro del filmato, per il ragazzo è arrivato un provvedimento di custodia cautelare del Tribunale per i Minorenni di Bologna, chiesto dal pm Eufemia Milelli.
Il giovane, che all'epoca dei fatti aveva 17 anni, è accusato di estorsione e tentata estorsione. Ora sarà collocato in una comunità di accoglienza. Per gli stessi reati sono indagati dalla Procura ordinaria anche il padre e la convivente dell'uomo che, secondo le indagini della squadra Mobile, avrebbero partecipato all'attività estorsiva. I fatti, secondo la ricostruzione della polizia, sono avvenuti in una chiesa del centro di Bologna, dove si svolgono attività assistenziali rivolte a minori, immigrati e famiglie in difficoltà. In questo contesto il religioso avrebbe conosciuto il romeno.
Dopo settimane di minacce di denunciarlo e di fargli del male, e accuse di avere "rovinato per sempre" il ragazzo, il prete avrebbe consegnato 2mila euro alla famiglia di romeni. Quando si è sentito chiedere altri soldi (500 euro) ha deciso di andare in questura a raccontare tutto. Le richieste estorsive, intercettate dalla polizia, sono proseguite fino a marzo.
Nei giorni scorsi la polizia, in una perquisizione, ha sequestrato il filmato girato dal giovane con il telefonino, e che sarebbe stato utilizzato per ricattare il religioso. A quanto si è appreso, l'indagine avrebbe chiarito che non si è trattato di abusi, ma di atti sessuali consensuali.
http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo483277.shtml
giovedì 3 giugno 2010
SCANDALO PEDOFILIA: INDAGATO IL CAPO DEI VESCOVI TEDESCHI
articolo di giovedì 03 giugno 2010
Scandalo pedofilia:
indagato il capo
dei vescovi tedeschi
di Andrea Tornielli
L’arcivescovo di Friburgo, Robert Zollitsch, è accusato di aver rinnovato l’incarico a un frate sospettato di abusi sessuali su minori. La difesa: "Solo nel 2006 venne a conoscenza delle violenze e agì immediatamente"
Il presidente dei Conferenza episcopale tedesca, l’arcivescovo di Friburgo, Robert Zollitsch, è indagato per complicità in un caso di abuso sessuale su un minore.
Lo ha confermato ieri la Procura di Friburgo, dopo le indiscrezioni della Tv Ard e del quotidiano Südkurier. Secondo l’accusa della vittima, che ha subito violenza nel 1960, Zollittsch, ventisette anni dopo, cioè nel 1987, avrebbe confermato il sacerdote violentatore nel suo incarico.
La diocesi di Friburgo ha smentito che l’arcivescovo, all’epoca soltanto responsabile del personale della diocesi, sia implicato, e ha definito del tutto «inconsistente» l’accusa, spiegando che solo nel 2006 Zollitsch venne a conoscenza dei trascorsi del sacerdote, agendo di conseguenza.
Il coinvolgimento del capo dei vescovi tedeschi ha creato notevole scalpore in Germania. Zollitsch è in prima linea nell’applicare la «tolleranza zero» contro i preti pedofili: nei mesi scorsi ha fatto importanti ammissioni, dicendo che la Chiesa aveva «nascosto casi di abusi sessuali per anni». Ha praticamente invitato il confratello vescovo di Ausburg, Walter Mixa, a rassegnare le dimissioni perché coinvolto in un presunto caso di abusi (poi dimostratosi infondato) e per aver usato, da sacerdote, metodi maneschi. Ora è lui stesso ad essere finito nel tritacarne mediatico-giudiziario, per una vicenda che però appare piuttosto inconsistente.
Nei giorni scorsi un uomo ha denunciato un frate cistercense per abusi avvenuti cinquant’anni fa, accusando anche Zollitsch per averlo in qualche modo «coperto». Nel 1987 l’attuale arcivescovo aveva rinnovato l’incarico di priore a Birnau, sul lago di Costanza, al frate, che esercitava il suo ministero nella diocesi di Friburgo ma dipendeva dall’abate del monastero cistercense di Mehrerau. Secondo la vittima, Zollitsch doveva essere a conoscenza del fatto che il frate si era macchiato di abusi sessuali.
La diocesi di Friburgo, invece, smentisce. Parla di «sensazionalismo», precisa che monsignor Zollitsch, che all’epoca non era ancora arcivescovo ma si occupava degli spostamenti dei sacerdoti, non aveva scelto una nuova destinazione per il frate, limitandosi a rinnovare l’incarico che già ricopriva. E dunque essendo all’oscuro del suo passato. Quando, nel 2006, per la prima volta, Zollitsch era venuto a conoscenza degli abusi, aveva subito «avvertito l’ordine» cistercense, al quale appartiene l’accusato, chiedendo di trarne «le necessarie conseguenze».
L’apertura dell’inchiesta è stata confermata ufficialmente dal procuratore capo di Friburgo, Wolfgang Mayer e gli atti sono già stati trasmessi alla Procura di Costanza. Nel caso in cui i reati di pedofilia commessi dal padre cistercense fossero già caduti in prescrizione, verrebbe automaticamente archiviata anche l’indagine nei riguardi di Zollitsch.
Come si ricorderà lo scandalo degli abusi sui minori era scoppiato in Germania nei primi mesi dell’anno, a partire dal prestigioso collegio Canisius, gestito dai gesuiti. Nei giorni scorsi un rapporto ufficiale ha messo in evidenza che solo nelle scuole gestite dai gesuiti tedeschi si sono verificati nei decenni passati 205 casi di abusi sessuali.
http://www.ilgiornale.it/esteri/scandalo_pedofilia_indagato_capo__dei_vescovi_tedeschi/03-06-2010/articolo-id=450085-page=0-comments=1
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Scandalo pedofilia:
indagato il capo
dei vescovi tedeschi
di Andrea Tornielli
L’arcivescovo di Friburgo, Robert Zollitsch, è accusato di aver rinnovato l’incarico a un frate sospettato di abusi sessuali su minori. La difesa: "Solo nel 2006 venne a conoscenza delle violenze e agì immediatamente"
Il presidente dei Conferenza episcopale tedesca, l’arcivescovo di Friburgo, Robert Zollitsch, è indagato per complicità in un caso di abuso sessuale su un minore.
Lo ha confermato ieri la Procura di Friburgo, dopo le indiscrezioni della Tv Ard e del quotidiano Südkurier. Secondo l’accusa della vittima, che ha subito violenza nel 1960, Zollittsch, ventisette anni dopo, cioè nel 1987, avrebbe confermato il sacerdote violentatore nel suo incarico.
La diocesi di Friburgo ha smentito che l’arcivescovo, all’epoca soltanto responsabile del personale della diocesi, sia implicato, e ha definito del tutto «inconsistente» l’accusa, spiegando che solo nel 2006 Zollitsch venne a conoscenza dei trascorsi del sacerdote, agendo di conseguenza.
Il coinvolgimento del capo dei vescovi tedeschi ha creato notevole scalpore in Germania. Zollitsch è in prima linea nell’applicare la «tolleranza zero» contro i preti pedofili: nei mesi scorsi ha fatto importanti ammissioni, dicendo che la Chiesa aveva «nascosto casi di abusi sessuali per anni». Ha praticamente invitato il confratello vescovo di Ausburg, Walter Mixa, a rassegnare le dimissioni perché coinvolto in un presunto caso di abusi (poi dimostratosi infondato) e per aver usato, da sacerdote, metodi maneschi. Ora è lui stesso ad essere finito nel tritacarne mediatico-giudiziario, per una vicenda che però appare piuttosto inconsistente.
Nei giorni scorsi un uomo ha denunciato un frate cistercense per abusi avvenuti cinquant’anni fa, accusando anche Zollitsch per averlo in qualche modo «coperto». Nel 1987 l’attuale arcivescovo aveva rinnovato l’incarico di priore a Birnau, sul lago di Costanza, al frate, che esercitava il suo ministero nella diocesi di Friburgo ma dipendeva dall’abate del monastero cistercense di Mehrerau. Secondo la vittima, Zollitsch doveva essere a conoscenza del fatto che il frate si era macchiato di abusi sessuali.
La diocesi di Friburgo, invece, smentisce. Parla di «sensazionalismo», precisa che monsignor Zollitsch, che all’epoca non era ancora arcivescovo ma si occupava degli spostamenti dei sacerdoti, non aveva scelto una nuova destinazione per il frate, limitandosi a rinnovare l’incarico che già ricopriva. E dunque essendo all’oscuro del suo passato. Quando, nel 2006, per la prima volta, Zollitsch era venuto a conoscenza degli abusi, aveva subito «avvertito l’ordine» cistercense, al quale appartiene l’accusato, chiedendo di trarne «le necessarie conseguenze».
L’apertura dell’inchiesta è stata confermata ufficialmente dal procuratore capo di Friburgo, Wolfgang Mayer e gli atti sono già stati trasmessi alla Procura di Costanza. Nel caso in cui i reati di pedofilia commessi dal padre cistercense fossero già caduti in prescrizione, verrebbe automaticamente archiviata anche l’indagine nei riguardi di Zollitsch.
Come si ricorderà lo scandalo degli abusi sui minori era scoppiato in Germania nei primi mesi dell’anno, a partire dal prestigioso collegio Canisius, gestito dai gesuiti. Nei giorni scorsi un rapporto ufficiale ha messo in evidenza che solo nelle scuole gestite dai gesuiti tedeschi si sono verificati nei decenni passati 205 casi di abusi sessuali.
http://www.ilgiornale.it/esteri/scandalo_pedofilia_indagato_capo__dei_vescovi_tedeschi/03-06-2010/articolo-id=450085-page=0-comments=1
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mercoledì 2 giugno 2010
L’impegno al femminile di Ivone Gebara
L’impegno al femminile di Ivone Gebara
Il volto materno di Dio
by David Lifodi
La Teologia della Liberazione è conosciuta in Italia grazie alle opere e all’impegno di Leonardo Boff, Frei Betto, Dom Thomas Balduino, Monsignor Casaldaliga, solo per citare alcune tra le personalità più note. E ancora: a cavallo tra gli anni 60’ e ’70 fu lo studio approfondito e la conoscenza di una persona come Dom Helder Camara ad ispirare le prime comunità cristiane di base. Il Brasile però non è soltanto uno dei paesi dove maggiormente si è sviluppata l’opzione per i poveri che più ha contribuito alla diffusione della Teologia della Liberazione (al maschile), a cui peraltro hanno dato il loro significativo contributo personalità come Ernesto Cardenal (ministro della Cultura del primo sandinismo in Nicaragua all’inizio degli anni ’80), Monsignor Oscar Romero o il filone messicano capeggiato da Samuel Ruiz, impegnato nella difesa delle comunità indigene chiapaneche.
Ivone Gebara
Esiste anche una corrente femminile, anzi femminista, della Teologia della Liberazione, assai più radicale ed antiautoritaria incarnata dalla figura della brasiliana Ivone Gebara, che ho avuto il piacere di conoscere durante l’incontro intitolato “Il volto materno di Dio – La Teologia della Liberazione al femminile”, tenutosi recentemente a Siena. Durante il suo tour in giro per la Toscana (che ha toccato, tra le altre, la comunità di base fiorentina delle Piagge) Ivone non si è limitata ad indicare il percorso della Teologia della Liberazione in America Latina, ma ha esposto con grande chiarezza le sfumature, le differenze e le difficoltà che ha incontrato e incontra tuttora la Teologia femminista nell’ambito della Teologia della Liberazione stessa.
Fin dalle sue origini, che risalgono al 1980, la Teologia della Liberazione al femminile si caratterizza per l’apertura al confronto e al dialogo, cosa non sempre accettata dall’opzione maschile, tuttora predominante. Ivone ricorda la difficoltà ad ottenere un riconoscimento dalla stessa Teologia della Liberazione maschile, che in più di un’occasione ha esitato a comprendere il discorso portato avanti dalla sua corrente femminista. Lo stesso vale per i gruppi della sinistra impegnati a combattere contro la dittatura militare, che pure hanno faticato e per certi aspetti ignorato le sofferenze patite dalle donne durante gli anni del regime. Non si parla solo di esclusione politico-sociale o di violenza verbale, quanto di sofferenza fisica sul proprio corpo. E’ in questo contesto che matura il cammino autonomo della Teologia femminista, sia dalla Teologia della Liberazione maschile, per quanto progressista sia dalla sinistra impegnata e militante. Collaboratrice di Helder Camara e ai giorni nostri portavoce di spicco dell’opzione per i poveri insieme a Leonardo Boff (con cui condivide la condanna al silenzio imposta dalla Chiesa, sono stata “silenziata”, spiega), Ivone Gebara ha vissuto gran parte della sua vita a San Paolo e, come molte altre donne, si è dedicata al lavoro nei quartieri marginali delle cinture industriali delle grandi città. La Teologia della Liberazione al femminile si è da sempre battuta per vedersi riconosciuta una maggiore inclusione da parte dei suoi interlocutori maschi, ma soprattutto per imprimerla di una più radicale connotazione di genere, oltre che politica.
La violenza sul corpo femminile rappresenta uno degli aspetti fondamentali su cui da sempre ha insistito la Teologia della Liberazione in chiave femminista, quasi a contrastare con gli aspetti più patriarcali della teologia in quanto tale, accettati anche dalla sua declinazione maschile. Una doppia lotta quindi, per il riconoscimento ad opera della Teologia maschile e delle gerarchie ecclesiastiche ufficiali, che mai hanno concesso diritto di cittadinanza alla Teologia della Liberazione in quanto tale, figurarsi a quella femminista. Ivone affronta il tema della violenza simbolica, di cui è fortemente permeata la Chiesa e che identifica la sofferenza del Cristo in croce come l’apice del sacrificio dell’uomo Gesù per tutti gli esseri umani. “La Bibbia”, spiega Gebara, “è stata strumentalizzata per rinforzare il potere maschile”. Al contrario, la prospettiva di riscatto del testo biblico in chiave femminista emerge nella volontà di evidenziare quelle violenze sulle donne raccontate dalla Bibbia stessa, ma passate in secondo piano di fronte alla sofferenza dell’uomo Gesù sulla croce. In questo senso la Teologia femminista si propone di superare la visione maschile secondo la quale Dio è necessariamente Padre: può essere anche Madre, o comunque non apparire come un’immagine fissa, quanto come qualcosa che si può coniugare. In una parola: non basta riflettere sui temi della giustizia sociale, sostiene Ivone, e nemmeno è sufficiente che queste riflessioni siano condotte a livello ecclesiastico, per quanto possano provenire dalla stessa Teologia della Liberazione, come avveniva ai suoi albori negli anni ’70. Spetta all’essere umano in generale, e alla donne vittime delle violenze in particolare, compiere una riflessione approfondita sulle lotte per la giustizia sociale.
Il discorso della Teologia della Liberazione femminista non intende però cancellare la tradizione presente all’interno della Chiesa, come invece le gerarchie vorrebbero far credere ed uno sguardo superficiale su queste tematiche potrebbe far pensare. La Teologia al femminile, precisa Ivone, sta spendendo il suo impegno affinché gli esseri umani ritrovino quella fiducia tra loro persa a causa dello svilupparsi della società capitalista. In questo contesto non aiuta il messaggio ufficiale della Chiesa, ribadisce Ivone, che fa passare la visione di un Cristo solitario morto sulla croce e la presenza di un Dio individuale che non aiuta ad avere una comune percezione sociale della realtà, mentre la Teologia della Liberazione femminile da sempre si batte per eliminare la mancanza di fiducia tra gli esseri umani. “Tutto questo”, conclude Ivone, “all’insegna di un lavoro di alimentazione reciproca, già da tempo sperimentato con i movimenti sociali brasiliani”.
http://www.bibbiablog.com/2010/05/30/il-volto-materno-di-dio/
Il volto materno di Dio
by David Lifodi
La Teologia della Liberazione è conosciuta in Italia grazie alle opere e all’impegno di Leonardo Boff, Frei Betto, Dom Thomas Balduino, Monsignor Casaldaliga, solo per citare alcune tra le personalità più note. E ancora: a cavallo tra gli anni 60’ e ’70 fu lo studio approfondito e la conoscenza di una persona come Dom Helder Camara ad ispirare le prime comunità cristiane di base. Il Brasile però non è soltanto uno dei paesi dove maggiormente si è sviluppata l’opzione per i poveri che più ha contribuito alla diffusione della Teologia della Liberazione (al maschile), a cui peraltro hanno dato il loro significativo contributo personalità come Ernesto Cardenal (ministro della Cultura del primo sandinismo in Nicaragua all’inizio degli anni ’80), Monsignor Oscar Romero o il filone messicano capeggiato da Samuel Ruiz, impegnato nella difesa delle comunità indigene chiapaneche.
Ivone Gebara
Esiste anche una corrente femminile, anzi femminista, della Teologia della Liberazione, assai più radicale ed antiautoritaria incarnata dalla figura della brasiliana Ivone Gebara, che ho avuto il piacere di conoscere durante l’incontro intitolato “Il volto materno di Dio – La Teologia della Liberazione al femminile”, tenutosi recentemente a Siena. Durante il suo tour in giro per la Toscana (che ha toccato, tra le altre, la comunità di base fiorentina delle Piagge) Ivone non si è limitata ad indicare il percorso della Teologia della Liberazione in America Latina, ma ha esposto con grande chiarezza le sfumature, le differenze e le difficoltà che ha incontrato e incontra tuttora la Teologia femminista nell’ambito della Teologia della Liberazione stessa.
Fin dalle sue origini, che risalgono al 1980, la Teologia della Liberazione al femminile si caratterizza per l’apertura al confronto e al dialogo, cosa non sempre accettata dall’opzione maschile, tuttora predominante. Ivone ricorda la difficoltà ad ottenere un riconoscimento dalla stessa Teologia della Liberazione maschile, che in più di un’occasione ha esitato a comprendere il discorso portato avanti dalla sua corrente femminista. Lo stesso vale per i gruppi della sinistra impegnati a combattere contro la dittatura militare, che pure hanno faticato e per certi aspetti ignorato le sofferenze patite dalle donne durante gli anni del regime. Non si parla solo di esclusione politico-sociale o di violenza verbale, quanto di sofferenza fisica sul proprio corpo. E’ in questo contesto che matura il cammino autonomo della Teologia femminista, sia dalla Teologia della Liberazione maschile, per quanto progressista sia dalla sinistra impegnata e militante. Collaboratrice di Helder Camara e ai giorni nostri portavoce di spicco dell’opzione per i poveri insieme a Leonardo Boff (con cui condivide la condanna al silenzio imposta dalla Chiesa, sono stata “silenziata”, spiega), Ivone Gebara ha vissuto gran parte della sua vita a San Paolo e, come molte altre donne, si è dedicata al lavoro nei quartieri marginali delle cinture industriali delle grandi città. La Teologia della Liberazione al femminile si è da sempre battuta per vedersi riconosciuta una maggiore inclusione da parte dei suoi interlocutori maschi, ma soprattutto per imprimerla di una più radicale connotazione di genere, oltre che politica.
La violenza sul corpo femminile rappresenta uno degli aspetti fondamentali su cui da sempre ha insistito la Teologia della Liberazione in chiave femminista, quasi a contrastare con gli aspetti più patriarcali della teologia in quanto tale, accettati anche dalla sua declinazione maschile. Una doppia lotta quindi, per il riconoscimento ad opera della Teologia maschile e delle gerarchie ecclesiastiche ufficiali, che mai hanno concesso diritto di cittadinanza alla Teologia della Liberazione in quanto tale, figurarsi a quella femminista. Ivone affronta il tema della violenza simbolica, di cui è fortemente permeata la Chiesa e che identifica la sofferenza del Cristo in croce come l’apice del sacrificio dell’uomo Gesù per tutti gli esseri umani. “La Bibbia”, spiega Gebara, “è stata strumentalizzata per rinforzare il potere maschile”. Al contrario, la prospettiva di riscatto del testo biblico in chiave femminista emerge nella volontà di evidenziare quelle violenze sulle donne raccontate dalla Bibbia stessa, ma passate in secondo piano di fronte alla sofferenza dell’uomo Gesù sulla croce. In questo senso la Teologia femminista si propone di superare la visione maschile secondo la quale Dio è necessariamente Padre: può essere anche Madre, o comunque non apparire come un’immagine fissa, quanto come qualcosa che si può coniugare. In una parola: non basta riflettere sui temi della giustizia sociale, sostiene Ivone, e nemmeno è sufficiente che queste riflessioni siano condotte a livello ecclesiastico, per quanto possano provenire dalla stessa Teologia della Liberazione, come avveniva ai suoi albori negli anni ’70. Spetta all’essere umano in generale, e alla donne vittime delle violenze in particolare, compiere una riflessione approfondita sulle lotte per la giustizia sociale.
Il discorso della Teologia della Liberazione femminista non intende però cancellare la tradizione presente all’interno della Chiesa, come invece le gerarchie vorrebbero far credere ed uno sguardo superficiale su queste tematiche potrebbe far pensare. La Teologia al femminile, precisa Ivone, sta spendendo il suo impegno affinché gli esseri umani ritrovino quella fiducia tra loro persa a causa dello svilupparsi della società capitalista. In questo contesto non aiuta il messaggio ufficiale della Chiesa, ribadisce Ivone, che fa passare la visione di un Cristo solitario morto sulla croce e la presenza di un Dio individuale che non aiuta ad avere una comune percezione sociale della realtà, mentre la Teologia della Liberazione femminile da sempre si batte per eliminare la mancanza di fiducia tra gli esseri umani. “Tutto questo”, conclude Ivone, “all’insegna di un lavoro di alimentazione reciproca, già da tempo sperimentato con i movimenti sociali brasiliani”.
http://www.bibbiablog.com/2010/05/30/il-volto-materno-di-dio/
mercoledì 26 maggio 2010
CHIESA VETERO-CATTOLICA: PRIMA DONNA SACERDOTE
Prima donna sacerdote in Italia, celebra messa per strada: video
La prima donna sacerdote in Italia dice messa per strada perché a chiesa che l’ha ospitata negli ultimi 5 anni le chiude la porta in faccia. Ma lei non si scoraggia
Ha fatto scalpore qualche tempo fa la notizia dell’ordinazione della prima donna sacerdote in Italia all’interno della Chiesa vetero cattolica. Ora, dopo aver mostrato una certa apertura, la Chiesa cattolica torna sui suoi passi negandole la parrocchia per celebrare la sua prima messa. Chiuse anche le porte della cappella dove negli ultimi 5 anni aveva celebrato da diacona. Pentimento postumo per aver concesso ad una donna un sacramento di solito riservato agli uomini? Forse. Fatto sta che madre Maria Vittoria Longhitano ha dovuto celebrare per strada, con un altare improvvisato e il frastuono del traffico.
A pochi passi dalla chiesa che per tanti anni l’ha accolta, eppure è come se fosse ad anni luce di distanza: improvvisamente irraggiungibile, la cappella nell’istituto don Orione, a Milano, è stata decisamente interdetta alla neosacerdotessa subito dopo l’ordinazione. E pensare che la Chiesa vetero cattolica è in dialogo con Roma e di certo non ha saputo della novità solo dopo che la notizia si è diffusa. E così Maria Vittoria col marito e la sorella, insieme ad una trentina di fedeli tra i quali omosessuali e trans gender, ha improvvisato una chiesa all’aria aperta, nei giardini di fronte al Don Orione, con un crocifisso di legno e uno scaffale Ikea come altare. Nella sua omelia, cita due donne perseguitate, Emanuela Loy, la prima poliziotta vittima della mafia, e Santa Rita, la santa dei miracoli impossibili.
http://donna.fanpage.it/prima-donna-sacerdote-in-italia-celebra-messa-per-strada-video/
La prima donna sacerdote in Italia dice messa per strada perché a chiesa che l’ha ospitata negli ultimi 5 anni le chiude la porta in faccia. Ma lei non si scoraggia
Ha fatto scalpore qualche tempo fa la notizia dell’ordinazione della prima donna sacerdote in Italia all’interno della Chiesa vetero cattolica. Ora, dopo aver mostrato una certa apertura, la Chiesa cattolica torna sui suoi passi negandole la parrocchia per celebrare la sua prima messa. Chiuse anche le porte della cappella dove negli ultimi 5 anni aveva celebrato da diacona. Pentimento postumo per aver concesso ad una donna un sacramento di solito riservato agli uomini? Forse. Fatto sta che madre Maria Vittoria Longhitano ha dovuto celebrare per strada, con un altare improvvisato e il frastuono del traffico.
A pochi passi dalla chiesa che per tanti anni l’ha accolta, eppure è come se fosse ad anni luce di distanza: improvvisamente irraggiungibile, la cappella nell’istituto don Orione, a Milano, è stata decisamente interdetta alla neosacerdotessa subito dopo l’ordinazione. E pensare che la Chiesa vetero cattolica è in dialogo con Roma e di certo non ha saputo della novità solo dopo che la notizia si è diffusa. E così Maria Vittoria col marito e la sorella, insieme ad una trentina di fedeli tra i quali omosessuali e trans gender, ha improvvisato una chiesa all’aria aperta, nei giardini di fronte al Don Orione, con un crocifisso di legno e uno scaffale Ikea come altare. Nella sua omelia, cita due donne perseguitate, Emanuela Loy, la prima poliziotta vittima della mafia, e Santa Rita, la santa dei miracoli impossibili.
http://donna.fanpage.it/prima-donna-sacerdote-in-italia-celebra-messa-per-strada-video/
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